Cardiologia Unina

Ambulatorio di Cardiomiopatie Primitive

A cura di Maria Angela Losi e Raffaella Lombardi

Per cardiomiopatie primitive si intendono malattie del muscolo cardiaco senza una causa apparente. Nella maggiorana dei casi sono malattie rare. Ad esempio, riportiamo un cuore che aumenta lo spessore delle sue pareti: in genere questo avviene perché il muscolo cardiaco deve pompare sangue a pressioni più alte, come avviene ad esempio nell’ipertensione arteriosa o nella stenosi aortica. Ma se una persona ha un aumento degli spessori del cuore in assenza di cause capaci di giustificare quell’ispessimento, parleremo di cardiomiopatia ipertrofica. Un altro esempio: un cuore si dilata quando è sottoposto ad un carico di volume maggiore come ad esempio accade quando le valvole cardiache non si chiudono bene, oppure può capitare di dilatarsi dopo un infarto a causa della cicatrice che ne consegue. Ma se visitiamo un paziente che presenta un cuore dilatato ma che non ha patologie capaci di aumentare il volume o non ha mai avuto un infarto, parleremo di cardiomiopatia dilatativa primitiva.  Attualmente in molte di queste malattie è stato riconosciuto un difetto genetico e pertanto spesso sono dette anche famigliari perché possono trasmettersi da genitore a figlio. Fino a pochi decenni fa, le cardiomiopatie primitive erano quasi sconosciute. In pochi decenni la ricerca ha fatto passi da gigante, ed ha portato a salvare molte vite, anche se la sfida è solo all’inizio. Prima di passare alla nosografia (classificazione) delle cardiomiopatie primitive, va sottolineato che i pazienti affetti vanno seguiti presso centri specializzati. La Cardiologia della Federico II, ha personale specializzato con competenze sia cliniche sia di imaging cardiovascolare sia di genetica, la scienza che si occupa di studiare i geni contenuti nel nostro DNA.

Modalità di accesso:

Contattare l’ambulatorio o tramite e-mail

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o al numero 335.762.12.04

Modalità di accesso:

L’ambulatorio delle cardiomiopatie primitive viene effettuato dalla professoressa Maria Angela Losi e dalla professoressa Raffaella Lombardi, che possono essere contattate all numero di cellulare aziendale 335.762 12.04. Altri specialisti coinvolti sono: Neurologia, Professore Fiore Manganelli, Nefrologia, Professore Antonio Pisani; Radiologia: professore Massimo Imbriaco, Professoressa Wanda Acampa, Professore Alberto Cuocolo; CEINGE: Professoressa Giulia Frisso, Professore Giuseppe Castaldo 

L’approccio alle cardiomiopatie è sistematico. Prima di tutto i medici devono capire se il paziente è a rischio di morte improvvisa, evento raro sì, ma comune a molte cardiomiopatie primitive. A tal scopo, il paziente viene seguito nel tempo con indagini come l’elettrocardiogramma, l’ecocardiogramma, l’Holter ECG, la risonanza magnetica cardiaca per capire se è a rischio di  morte improvvisa. Se gli specialisti pensano che il rischio sussista, daranno indicazione al posizionamento di un defibrillatore. Cosa è un defibrillatore (chiamato anche ICD,-letto aisidi- implantable cardioverter defibrillator)? È un dispositivo che interviene in caso si sviluppino aritmie maggiori come la tachicardia ventricolare sostenuta o la fibrillazione ventricolare. L’ICD viene posizionato in regime di ricovero; per il posizionamento verrà effettuata una anestesia locale. Il paziente continuerà poi la sua vita e gli verranno date delle indicazioni su come comportarsi per evitare che il dispositivo entri in contatto con importanti campi magnetici. In alcune cardiomiopatie si esegue già in questa fase un esame genetico, ovvero si preleva del sangue (come si fa per ad esempio per testare la glicemia) per la ricerca di patologie (=mutazioni) del DNA (Figura 1); in altre, prima di procedere all’esame genetico, il primo approccio lo screening famigliare. Lo screening famigliare prevede l’esecuzione di base di un elettrocardiogramma e di un ecocardiogramma nei famigliari di I grado. 

Fondamentale per capire le cardiomiopatie è il pedigree (albero genealogico) che viene redatto dagli specialisti in base alle informazioni sulla famiglia fornite dai pazienti. Questo passaggio è cruciale: più informazioni gli specialisti hanno sulla famiglia, più sarà preciso l’inquadramento della malattia. Redigere un pedigree a volte non è facile, le famiglie sono complesse, le verità sulle famiglie a volte sono difficile da raccontare. E’ importante capire che i medici non sono dei moralisti e non danno giudizi, a loro interessa capire come si trasmette una malattia ed orientarsi su tipo di patologia, per cui bisogna aver fiducia in loro. 

Se i pazienti hanno sintomi, vi sono molti farmaci attualmente a disposizione per ridurli o addirittura farli sparire. In alcune cardiomiopatie potrebbe essere indicata la correzione di alterazioni come l’ostruzione al tratto di efflusso del ventricolo sinistro dea cardiomiopatia ipertrofica, o la correzione di difetti valvolari che a volte si associano alle cardiomiopatie primitive con interventi più invasivi. . Inoltre per conoscere meglio la malattia c’è bisogno di raccogliere molti dati. Più gruppi collaborano, più dati vengono raccolti, più noi medici possiamo capire come la malattia si sviluppa, si presenta, porta a complicanze sia nel singolo individuo sia nella famiglia cui appartiene, Proprio per questo la Cardiologia della Federico II partecipa a grandi registri (dove vengono inseriti i dati dei pazienti) sia a livello nazionale che internazionale. Tutto ciò, ricordiamolo, avviene nel pieno rispetto della privacy e solo se il paziente dà il proprio consenso. Passiamo ora alle singole cardiomiopatie 

Cardiomiopatia ipertrofica

In tale cardiomiopatia le pareti del cuore sono ispessite (Figura 2).  Spesso la diagnosi viene fatta perché il paziente occasionalmente esegue un elettrocardiogramma che risulta patologico (non normale); ciò perché la malattia è spesso asintomatica. La tecnica che confermerà che le pareti sono ispessite è l’ecocardiogramma. Se l’ecocardiogramma non sarà diagnostico o vogliamo sapere se parte del muscolo cardiaco è stato sostituito o si accompagna ad un aumento di fibrosi ovvero di tessuto cicatriziale, dovremo eseguire la risonanza magnetica cardiaca. Purtroppo, anche se raramente, la malattia è causa di morte improvvisa. 

Sono stati identificate molte mutazioni dei geni che codificano (che danno le informazioni per costruirle) le proteine sarcomeriche (le proteine che costituiscono l’unità contrattile del cuore, il sarcomero). Le informazioni su come “costruire “il cuore sono contenute nei nostri cromosomi autosomici. Il DNA nelle cellule è organizzato in 23 coppie di cromosomi (ogni coppia contiene un cromosoma che ereditiamo dalla donna ed un altro dall’uomo che ci hanno procreato). Una di queste coppie è detta sessuale, perché determina il nostro sesso. Le altre 22 determinano tutto il resto (il colore degli occhi alle caratteristiche, appunto del cuore).  Come detto, prima si procede ad un prelievo venoso. Se la mutazione viene identificata, si eseguirà il prelievo in tutti i famigliari di I grado, oltre, come abbiamo detto prima, ad eseguire in costoro un elettrocardiogramma ed un ecocardiogramma. Non è detto che un paziente con una mutazione esprima la malattia. Infatti la mutazione non sempre riesce a produrre il fenotipo (ciò che si vede), anche se nella stessa famiglia c’è riuscita in altri soggetti. Ciò a causa di complessi meccanismi molecolari che ancora non sono stati ben caratterizzati, ma su cui molti gruppi, compreso quello della Cardiologia della Federico II, lavorano sperimentando e studiando. Per cui anche se un soggetto nel momento in cui lo visitiamo ha una mutazione ma non “vediamo” la malattia, andrà sottoposto nel tempo a controlli.

In base alla durata degli episodi la fibrillazione atriale è classificata come parossistica (brevi episodi che si risolvono da soli o dopo cardioversione farmacologica/elettrica entro 7 giorni), persistente (episodi prolungati, che richiedono l’intervento medico per essere interrotti) o permanente (stabile nel tempo).

Vedremo all’elettrocardiogramma: delle onde che testimoniano la fibrillazione atriale (chiamate onde f, Figura 2.2) ed un ciclo cardiaco non regolare (Figura 2.6). 

Malattia di Anderson-Fabry

In questa malattia il problema non è strettamente legato al cuore, anche se spesso viene interessato. La Malattia di Anderson-Fabry, più comunemente chiamata, malattia di Fabry, è dovuta ad una mutazione di un gene che codifica per un enzima (ovvero una proteina capace di innescare delle reazioni, in genere trasformando una sostanza in un’altra sostanza). A causa della mutazione l’enzima (nel caso specifico l’alfa-galattosidasi A) non funziona o non è prodotto dall’organismo, per cui la sostanza sulla quale doveva agire, si accumula nelle cellule dell’organismo in vari organi, rene e cuore (Figura 3). Siccome l’accumulo avviene in vari distretti dell’organismo, i pazienti possono presentare segni e sintomi anche in età infantile che ci fanno sospettare la presenza della malattia: tra questi citiamo disturbi della sudorazione, disturbi gastrointestinali, dolori alle mani ed ai piedi, febbre inspiegabile nel bambino, macchie cutanee (chiamate angiocheratomi), piccole cicatrici ischemiche al cervello e aumentato rischio di aterosclerosi sia periferica che coronarica. 

Nel cuore si osserverà un ispessimento delle pareti dovuto all’accumulo all’interno delle cellule della sostanza che non viene trasformata a causa della mancanza dell’enzima. La mutazione è a carico del cromosoma X. Se siamo femmine abbiamo 2 cromosomi X, quindi siamo XX, poiché abbiamo ereditato un cromosoma X dall’uomo ed uno dlla donna che ci hanno procreato. Se invece siamo maschi, siamo XY, ovvero abbiamo ereditato il cromosoma X dalla donna e l’Y dall’uomo che ci hanno procreato. Il cromosoma X contiene molti più geni del cromosoma Y. Quindi le donne hanno più geni degli uomini? No! Per compensare questa differenza, la natura fa sì che uno dei cromosomi X nella donna venga in parte “silenziato”. Per questo motivo tutte le malattie legate al cromosoma X possono non esprimersi o esprimersi poco nella donna, mentre l’uomo, se eredita il cromosoma X con la mutazione, certamente esprimerà la malattia. Capirete che se un uomo con la mutazione ha a sua volta un figlio maschio non potrà trasmettergli la malattia, mentre lo trasmetterà a tutte le figlie femmine (Figura 4). 

La malattia poiché interessa più di un organo, necessita di una gestione multidisciplinare. Per tale motivo, il nostro ambulatorio lavora in stretta collaborazione con specialisti di altre branche, anch’essi esperti nella gestione di malattie rare (neurologi, nefrologi, etc). Per la diagnosi ed il follow up dei pazienti con malattia di Fabry il nostro ambulatorio si avvale di tecniche strumentali come l’ecocardiogramma che ci permette di valutare la presenza di ispessimento parietale e di valutare la funzione del cuore ed eventualmente evidenziare pareti del cuore che si muovono poco a causa di ischemia, la risonanza magnetica sia cardiaca che cerebrale, la scintigrafia con traccianti specifici e in casi selezionati della PET-TC per evidenziare cicatrici e segni precoci di ischemia. Il nostro ambulatorio, inoltre, mediante collaborazione con il CEINGE, esegue diagnosi genetica (identificazione della specifica mutazione del gene GLA) ed enzimatica (misurazione della funzione dell’enzima mutato) della malattia. Per la malattia di Fabry attualmente sono disponibili trattamenti in grado di bloccare o far regredire la malattia. La terapia più utilizzata è la terapia enzimatica sostitutiva, ovvero, l’enzima mancante o mal funzionante a causa della mutazione, viene rimpiazzato temporaneamente con l’enzima funzionante, sintetizzato in laboratorio. Tale terapia consiste nell’infusione del farmaco per via endovenosa ogni 15 giorni, in ambiente ospedaliero. Esiste poi un trattamento cosiddetto chaperonico (chaperon è il termine che definisce una sostanza che si lega all’enzima disfunzionante e lo aiuta a funzionare meglio). Tale trattamento è più semplice da somministrare poiché ha una formulazione in compresse; tuttavia, non può essere prescritto a tutti i pazienti con Fabry, ma solo a quelli portatori di specifiche mutazioni che risultano essere suscettibili al trattamento. Ultimamente sono in corso studi clinici per la terapia genica il cui obiettivo è quello di introdurre una copia sana del gene mutato, così da ripristinare i livelli normali dell’enzima. Tale terapia è ancora in corso di sperimentazione, e, se ben tollerata, rappresenterà una svolta nel trattamento, visto che si tratta di una terapia risolutiva. Il nostro centro per lo studio delle cardiomiopatie è accreditato dalla Regione Campania per la prescrizione di tutti questi trattamenti ed è attualmente coinvolto in trials clinici per la valutazione di trattamenti sperimentali.

Cardiomiopatie mitocondriali

Sapete cosa è un mitocondrio? E’ la centrale energetica delle nostre cellule. Il mitocondrio, inoltre, contiene un suo piccolo genoma.  I mitocondri vengono ereditati sempre e solo dalla madre. Questo perché l’ovulo presenta una maggiore quantità di citoplasma che è la parte della cellula che contiene i mitocondri; inoltre, appena poco dopo la fecondazione dell’ovulo da parte dello spermatozoo, i pochi mitocondri originariamente presenti nello spermatozoo vengono distrutti. Il perché non si sa ancora bene. Quindi, se vi sono delle mutazioni di geni del mitocondrio queste saranno presenti in tutti i figli generati dalla donna. Ma anche in questo caso non è detto che la malattia si esprima egualmente in tutti. Poiché il mitocondrio rappresenta la centrale energetica delle cellule, gli effetti di un suo malfunzionamento saranno presenti soprattutto in organi ad alto consumo energetico (come il cervello ed il cuore). Pertanto anche questa malattia viene seguita da più specialisti. Solitamente il cuore presenta pareti più ispessite del normale, ma nel tempo tende a dilatarsi. A volte i pazienti affetti da malattie mitocondriali, necessitano di un posizionamento di pace-maker, perché la carenza energetica danneggia anche nel sistema elettrico del cuore. Il pace-maker viene posizionato come l’ICD.

Amiloidosi cardiaca

L’amiloidosi è una malattia rara caratterizzata dal deposito di un materiale insolubile, chiamato amiloide, nello spazio tra cellule (interstizio)di quasi tutti gli organi e tessuti. Il cuore è uno degli organi più colpiti. A causa dell’interessamento sistemico, a volte compaiono dei segni che ci fanno sospettare la malattia; tra questi: una storia di sindrome del tunnel carpale (spesso bilaterale), ingrossamento della lingua, facile tendenza a formare lividi. Vi sono varie tipologie di amiloidosi, causate dal deposito di proteine diverse.

Le forme di amiloidosi che più frequentemente colpiscono il cuore sono di tre tipi. L’amiloidosi tipo AL che è causata dalla deposizione di pezzi di anticorpi che vengono prodotti in grande quantità a causa di un tumore di cellule del sangue chiamato mieloma multiplo. Per la cura di questa forma di amiloidosi occorre inviare il paziente dall’ematologo che inizierà una chemioterapia. Un’altra forma è l’amiloidosi ereditaria da mutazioni del gene codificante per la transtiretina, una proteina prodotta dal fegato. A causa della mutazione, la transtiretina diventa instabile e tende a precipitare nei tessuti, con particolare predilezione per i nervi periferici per cui tali pazienti si presentano spesso con difficoltà a camminare e con dolori a mani e piedi. Infine c’è l’amiloidosi senile, detta anche da transtiretina wild-type, ovvero transitetina non mutata. Si tratta di una forma di amiloidosi sistemica che colpisce gli anziani, dovuta ad un’incapacità con l’avanzare dell’età a metabolizzare la transtiretina. Il cuore è frequentemente colpito in entrambe le forme di amiloidosi da transtiretina. Il cuore con amiloidosi si presenta con pareti ispessite e una ridotta capacità di riempirsi; inoltre, i pazienti con amiloidosi senile mostrano una maggiore incidenza di stenosi aortica (ovvero la valvola di venta ispessita e non si apre bene). I pazienti con amiloidosi sono anche predisposti a sviluppare blocchi della conduzione elettrica e talvolta aritmie, per cui si rende necessario l’impianto di un pace-maker e/o di un ICD. Il riconoscimento precoce della malattia e la sua precisa tipizzazione sono fondamentali per poter iniziare in modo tempestivo la terapia corretta. Una caratteristica che ci orienta verso la diagnosi di amiloidosi da transtiretina (sia mutata che non mutata) è che i pazienti con questa forma di amiloidosi, quando sottoposti a scintigrafia ossea, mostrano captazione del mezzo di contrasto anche a livello cardiaco oltre che nell’osso. Attualmente sono disponibili trattamenti per l’amiloidosi da transtiretina. Quello più utilizzato è il Tafamidis che viene somministrato sotto forma di capsule per via orale 1 volta al giorno. Il Tafamidis è una piccola molecola che lega la transtiretina e la rende più stabile evitandone la precipitazione nei tessiti. Un altro farmaco più recentemente utilizzato è il Patirisan che viene somministrato per infusione endovenosa una volta ogni tre settimane. Si tratta di una molecola che entra nelle cellule epatiche ed impedisce la sintesi della transtiretina mutata. Tali trattamenti vengono riservati a pazienti selezionati in stretta collaborazione con i colleghi della Neurologia. 

E’ possibile riconoscere l’aritmia facilmente controllando il polso arterioso che appare irregolare e accelerato. Talora però il paziente non accusa nessun sintomo e quindi il riconoscimento dell’aritmia può avvenire casualmente eseguendo un elettrocardiogramma per altri motivi o in occasione di insorgenza di una complicanza come l’ictus. L’elettrocardiogramma è lo strumento diagnostico fondamentale per la conferma del sospetto clinico, anche se in casi di fibrillazione atriale parossistica talvolta registrazioni ECG multiple o prolungate possono essere necessarie.

Inoltre viene a mancare un’efficace contrazione atriale, e ciò altera l’adeguato riempimento dei ventricoli anche comportando un sovraccarico per gli atri che progressivamente si dilatano. L’attività elettrica atriale rapida (fino a >400/min.) viene condotta come di consueto ai ventricoli attraverso il nodo atrio-ventricolare, che filtra e riduce la frequenza degli impulsi che lo attraversano. La frequenza ventricolare risulta essere elevata, in genere intorno ai 150-160 battiti al minuto in assenza di terapia, con frequenze istantanee che possono superare i 200 battiti/min. Le conseguenze della perdita della funzione meccanica dell’atrio e quindi del suo contributo al riempimento del ventricolo, variano da soggetto a soggetto. In genere una fibrillazione parossistica di breve durata (ore) in assenza di cardiopatia organica è ben tollerata, senza alcun risentimento emodinamico (la pressione arteriosa si mantiene normale e l’unico sintomo avvertito dal soggetto può essere un fastidioso senso di palpitazione). Invece, in caso di cardiopatia organica associata, essa può determinare un più rapido deterioramento del compenso cardiaco. 

In base alla durata degli episodi la fibrillazione atriale è classificata come parossistica (brevi episodi che si risolvono da soli o dopo cardioversione farmacologica/elettrica entro 7 giorni), persistente (episodi prolungati, che richiedono l’intervento medico per essere interrotti) o permanente (stabile nel tempo).

Vedremo all’elettrocardiogramma: delle onde che testimoniano la fibrillazione atriale (chiamate onde f, Figura 2.2) ed un ciclo cardiaco non regolare (Figura 2.6). 

Cardiomiopatia Aritmogena

La cardiomiopatia aritmogena è una malattia cardiaca ereditaria che si caratterizza per infiltrazione di grasso nelle pareti miocardiche (Figura 5). Si manifesta con aritmie cardiache che possono causare perdite di coscienza o, nei casi più gravi morte improvvisa. Nelle fasi avanzate, la malattia evolve verso la dilatazione del cuore con conseguente insufficienza cardiaca. La cardiomiopatia aritmogena è attualmente la causa più comune di morte improvvisa nei giovani, in particolare nei giovani atleti. La diagnosi precoce è ancora difficile a causa di caratteristiche cliniche aspecifiche, come attestato da eventi drammatici recentemente trasmessi dai media in noti atleti d’élite, come Morosini, Puerta ed Astori (in cui l‘autopsia ha evidenziato a presenza della malattia che non era stata evidenziata all’esame clinico). La malattia è trasmessa geneticamente nel 60% dei casi, mentre nel rimanente 40% si tratta di forme di nuova insorgenza (quindi molto più difficili da diagnosticare in assenza di una storia famigliare). Le mutazioni più frequenti interessano geni codificanti per componenti di una struttura responsabile dell’adesione tra cellule vicine, chiamata desmosoma. Nonostante la grave prognosi, ancora non esiste una terapia risolutiva. Il defibrillatore impiantabile (ICD) e l’ablazione a radiofrequenza sono efficaci nel trattamento di alcune aritmie. Il trapianto cardiaco è l‘unica opzione nel trattamento dell’insufficienza cardiaca avanzata.

Nel nostro ambulatorio i pazienti con sospetta o confermata cardiomiopatia aritmogena vengono diagnosticati mediante raccolta della storia clinica familiare e personale, esame clinico, tecniche di imaging (ecocardiogramma e risonanza magnetica cardiaca, Holter-ECG) ed esame genetico. I familiari dei soggetti affetti vengono screenati mediante ricerca della mutazione identificata nel familiare affetto (probando). I pazienti vengono visitati periodicamente, in stretta collaborazione con il gruppo di elettrofisiologia della nostra Cardiologia. 

Il nostro gruppo è anche impegnato in ricerche di base su modelli cellulari per chiarire i meccanismi che dalla mutazione genetica portano allo sviluppo della malattia, allo scopo di sviluppare nuovi bersagli terapeutici per la prevenzione di questa malattia potenzialmente mortale. 

Cardiomiopatia Dilatativa

La cardiomiopatia dilatativa primitiva è caratterizzata da dilatazione e ridotta contrattilità del cuore in assenza di altre malattie specifiche del muscolo cardiaco, quali la cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa, o difetti delle valvole (Figura 6). Tale malattia rappresenta il 30-40% dei casi di scompenso cardiaco, con una prevalenza di 37 casi/100000 abitanti ed un’incidenza di 6 casi/100000 ogni anno. Grazie ai progressi dello screening genetico, l’eziologia genetica è stata dimostrata in circa il 40% dei pazienti con cardiomiopatia dilatativa primitiva. Nonostante ciò, la diagnosi genetica di questa malattia rimane più complicata rispetto alle altre cardiomiopatie poiché i geni causali e le modalità di trasmissione sono molteplici. Per tale motivo l’anamnesi familiare e la stesura del pedegree sono fondamentali. La malattia si manifesta con una estrema variabilità clinica; in particolare vi sono delle forme che presentano un elevato rischio di sviluppare aritmie pericolose per la vita anche in assenza di una severa dilatazione cardiaca.

Il nostro ambulatorio è specializzato nella diagnosi e trattamento delle cardiomiopatie dilatative primitive. I pazienti vengono trattati con farmaci capaci di ridurre l’evoluzione della malattia. Inoltre in caso di elevato rischio aritmico i pazienti vengono sottoposti ad impianto di ICD (prevenzione primaria, ovvero prima che si sviluppi un’aritmia pericolosa). Per quanto riguarda la prevenzione primaria, l’ICD per pazienti con frazioni di eiezione <35% è ben consolidata per le forme secondarie (come ad esempio la cardiopatia ischemica). Tuttavia, i fattori di rischio che predispongono a morte improvvisa nella cardiomiopatia dilatativa primitiva non sono ancora ben conosciuti. Per tale motivo, nel nostro ambulatorio la valutazione per l’impianto di ICD nei pazienti con cardiomiopatia dilatativa primitiva si basa non soltanto sulla funzione cardiaca (come si fa comunemente nelle forme ischemiche) ma anche su altri fattori, quali l’entità e la distribuzione del tessuto fibroso nelle pareti del cuore valutate mediante risonanza magnetica cardiaca con mezzo di contrasto, ed il particolare gene mutato. 

 

Il nostro gruppo è attualmente impegnato in studi clinici in collaborazione allo scopo di identificare nuovi indicatori prognostici (marcatori clinici, genetici, di imaging e del trascrittoma), per sviluppare un algoritmo da utilizzare per la stratificazione del rischio per aritmie ventricolari pericolose per la vita o morte cardiaca improvvisa in pazienti con cardiomiopatia dilatativa non-ischemica, simile a quelli già disponibili per altre cardiomiopatie, come ad esempio nella cardiomiopatia ipertrofica.

Il nostro gruppo è anche impegnato in ricerche di base su modelli cellulari per chiarire i meccanismi che dalla mutazione genetica portano allo sviluppo della malattia, allo scopo di sviluppare nuovi bersagli terapeutici per la prevenzione di questa malattia potenzialmente mortale. 

Ventricolo sinistro non compattato

Questa alterazione del miocardio non è sempre inquadrata come cardiomiopatia primitiva. Si caratterizza per la presenza di un “miocardio spugnoso” probabilmente causato un arresto della compattazione durante la vita intrauterina E’ molto rara e può essere diagnosticata a qualsiasi età.. Può essere isolata o associato ad altre malattie congenite. E’ una condizione che potenzialmente può portare a insufficienza cardiaca cronica, aritmie ventricolari pericolose per la vita ed eventi embolici sistemici.

Il nostro ambulatorio è specializzato nella diagnosi e trattamento delle cardiomiopatie dilatative primitive. I pazienti vengono trattati con farmaci capaci di ridurre l’evoluzione della malattia. Inoltre in caso di elevato rischio aritmico i pazienti vengono sottoposti ad impianto di ICD (prevenzione primaria, ovvero prima che si sviluppi un’aritmia pericolosa). Per quanto riguarda la prevenzione primaria, l’ICD per pazienti con frazioni di eiezione <35% è ben consolidata per le forme secondarie (come ad esempio la cardiopatia ischemica). Tuttavia, i fattori di rischio che predispongono a morte improvvisa nella cardiomiopatia dilatativa primitiva non sono ancora ben conosciuti. Per tale motivo, nel nostro ambulatorio la valutazione per l’impianto di ICD nei pazienti con cardiomiopatia dilatativa primitiva si basa non soltanto sulla funzione cardiaca (come si fa comunemente nelle forme ischemiche) ma anche su altri fattori, quali l’entità e la distribuzione del tessuto fibroso nelle pareti del cuore valutate mediante risonanza magnetica cardiaca con mezzo di contrasto, ed il particolare gene mutato. 

Attività svolte:

Ambulatorio: Lunedì, Martedì, Mercoledì dalle 8.00 alle 14.00 edificio 2 piano terra stanza 22. Patologie trattate:

Cardiomiopatia Ipertrofica Famigliare

Malattia di Anderson-Fabry

Amiloidosi cardiaca

Cardiomiopatie aritmogene

Cardiomiopatie dilatative primitive

Ventricolo sinistro non compattato

Cardiomiopatie rare.

Modalità di accesso:

Contattare l’ambulatorio o tramite e-mail

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raffaella.lombardi@unina.it

o al numero 335.762.12.04

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L’ambulatorio delle cardiomiopatie primitive viene effettuato dalla professoressa Maria Angela Losi e dalla professoressa Raffaella Lombardi, che possono essere contattate all numero di cellulare aziendale 335.762 12.04. Altri specialisti coinvolti sono: Neurologia, Professore Fiore Manganelli, Nefrologia, Professore Antonio Pisani; Radiologia: professore Massimo Imbriaco, Professoressa Wanda Acampa, Professore Alberto Cuocolo; CEINGE: Professoressa Giulia Frisso, Professore Giuseppe Castaldo 

Figure:

Tratte dal libro: Dimmi che cuore hai e ti dirò chi sei di Maria Angela Losi, Rogiosi Editore

Università Federico II Napoli

CARDIOLOGIA

Direttore

Prof. Giovanni Esposito

AOU Federico II, Edificio II - Via S.Pansini 5
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